Sguardi alla pari. Immagini dei Fotocronisti Baita

Laura Manione (a cura di)

articolo pubblicato ne “l’impegno”, a. XXVII, n. s., n. 1, giugno 2007

 

Anzitutto un’avvertenza: “Sguardi alla pari” è un progetto (costituito da una mostra con catalogo) che racconta di donne fotografate esclusivamente da uomini. Questa affermazione, apparentemente sentenziale, non anticipa alcun giudizio di merito nei confronti dei Fotocronisti Baita; piuttosto – e doverosamente, trattandosi di un’esposizione di immagini – inscrive la difficoltà (quando non l’impossibilità) di autorappresentarsi tra gli ostacoli che le donne hanno incontrato nel loro complesso cammino di emancipazione. E la rimanda allo spettatore (dallo spazio ristretto di un breve articolo) quale spunto di riflessione e richiamo costante.

Sono proprio le vicende locali a illustrare ulteriormente il concetto: pur essendo il Vercellese territorio di forte impegno femminile, dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino al lungo arco temporale coperto dall’attività dei “baitini” non si registrano, diversamente da altre zone del Piemonte, significative presenze di fotografe. In provincia (nella sua attuale estensione geografica, Biellese escluso) esistono almeno tre avvenimenti chiave, antecedenti l’apertura dell’agenzia fotocronistica, in cui l’apporto determinante delle donne fu mediato da obiettivi esclusivamente maschili: la conquista delle otto ore di lavoro da parte delle mondariso nel 1906, ripresa dal fotoamatore Andrea Tarchetti; lo sciopero alla Manifattura lane di Borgosesia del 1914, cui fa riferimento una serie di cartoline pubblicate da un anonimo (perciò, quand’anche donna, senza identità né dignità autoriale); la Resistenza, capillarmente documentata da Luciano Giachetti nel 1944-45, assistito – ancora una volta a margine – dalla partigiana Kira.

Ciò premesso, tornando all’iniziativa, è necessario chiarire un secondo aspetto fondamentale. Fra le numerose ricerche sviluppate autonomamente dai Fotocronisti Baita (spesso sfociate in mostre prodotte dalla stessa agenzia), non esiste un’indagine sistematica sulla donna, a esclusione di quella condotta sulle mondariso, concepita però come un sottoinsieme di un più ampio progetto sul lavoro rurale. La mancanza di indicazioni “autografe” riguardo all’argomento non presuppone automaticamente che Giachetti e collaboratori non disponessero della sensibilità o dell’interesse necessari alla trattazione del femminile, ma obbliga lo studioso contemporaneo a fare i conti con la natura occasionale di certi scatti, a isolarli e riorganizzarli secondo criteri diversi o lontani dagli autori, a percorrere forzatamente la via dell’interpretazione.

Nelle immagini selezionate, a complicare l’analisi del materiale e delle intenzioni che lo produssero, contribuiscono tanto la volontà dei professionisti vercellesi di esprimersi con un linguaggio al tempo stesso spontaneo e rigorosamente scevro da condizionamenti (sviluppato per reazione alle restrizioni fasciste), quanto la loro incapacità di resistere a modelli iconografici obsoleti, adottati dalla fotografia fin dai primi anni della sua messa a punto.

A partire dai ritratti. Se in quelli eseguiti in strada si riconosce tutta la freschezza dei Fotocronisti Baita, scaturita ogni qualvolta fosse capitato loro di poter instaurare un rapporto confidenziale e paritario con i soggetti, squisitamente giocato sulla complicità degli sguardi, in altre occasioni non si può far a meno di verificare i limiti di una formazione intaccata (fortunatamente in maniera parziale) dagli stereotipi prodotti da una società tendenzialmente maschilista o dalla tradizione pittorica ottocentesca di uguale estrazione. È il caso della famiglia di immigrati ripresi in cucina in una composizione piramidale che ne sottolinea i ruoli: la moglie (madre) seduta, impegnata a imboccare la figlia, l’uomo (capofamiglia) in piedi, nell’atto di supervisionare la scena; all’arte visiva del XIX secolo s’ispirano invece le signore in abito da sera che posano con eleganza nel salotto buono. Esempi limite, in apparenza diversi per ambientazione e forma espressiva, che relegano comunque la donna all’ambiente strettamente casalingo.

Maggiormente articolata si rivela la lettura delle immagini dedicate al lavoro. Come si è già detto in occasione di altri eventi organizzati dall’Archivio, i Fotocronisti Baita si prefissero (per personale vocazione documentaristica) ed ebbero modo (tramite i servizi su commissione) di censire fotograficamente le realtà produttive e occupazionali del Vercellese. Due sono gli elementi che convergono in questo capitolo, ricco di comparse femminili: l’oscillante concezione dei fotografi, a cui si è già fatto riferimento nelle righe precedenti, e le preclusioni carrieristiche imposte dal clima culturale del Paese, indipendenti quindi dalla volontà degli autori.

Se si escludono l’esiguo gruppo di immagini di fabbrica e la fotografia delle donne poliziotto, fino agli anni sessanta (ovvero al periodo di maggior operatività dei Fotocronisti Baita) più che di donne al lavoro si deve fatalmente alludere a lavori “da donna”, trascrizioni pratiche di economia domestica, materia da cui nessuna studentessa poteva essere esonerata. “Sguardi alla pari” ne fornisce una panoramica esauriente. Fra tutte, segnaliamo la serie relativa all’Istituto Sacro Cuore, vero e proprio compendio dei mestieri cui la donna avrebbe dovuto aspirare. Non si contano poi, in archivio, le fotografie di dattilografe, sarte, cuoche, centraliniste, maestre oppure ostetriche e infermiere spesso radunate intorno al medico, quasi a rimarcarne una “naturale” subordinazione. A questa logica non sfuggono neppure le coltivatrici dirette radunate autonomamente in convegno (1966), ma sedute al tavolo dei conferenzieri a fianco di colleghi (o soprintendenti?) maschi.

Rimanendo in ambito rurale, merita un cenno a parte l’ampia sequenza del 1950 che descrive la vita delle mondariso. Queste immagini, attraverso un linguaggio rigoroso, di stampo neorealista, scardinano il carattere oleografico di rappresentazioni appartenenti al passato e risarciscono i danni della censura fotografica operata dal regime nei confronti delle mondine, personaggi ribelli e scomodi, al tempo stesso incompatibili con la politica di sbracciantizzazione ed essenziali al funzionamento della filiera risicola, incentivata perché meno onerosa della lavorazione del frumento.

È sembrato opportuno inoltre includere in questa sezione, come simbolo di una fotografia che ammicca esclusivamente al pubblico maschile, tre ritratti di ballerine di varietà, appartenenti a una lunga serie in cui i costumi di scena lasciano gradualmente il posto a succinta biancheria intima.

In conclusione, si può sostenere (poiché in larga parte è vero) che il diradamento della produzione fotografica negli ultimi decenni di attività dell’agenzia di Giachetti, non permetta di annotare i cambiamenti avvenuti nella società vercellese in favore dell’emancipazione professionale; pur tuttavia, fa riflettere il fatto che l’ultima immagine di lavoratrici, datata 1986, continui a rappresentare un gruppo di maestre d’asilo.

Nonostante all’esperienza fotografica resistenziale di Giachetti non corrisponda un’adeguata descrizione dell’apporto femminile alla lotta di liberazione, già dall’immediato dopoguerra si può reperire una discreta quantità di materiale riguardante l’impegno politico e sociale delle donne. Interessati a sottolineare la coralità della partecipazione alla ricostruzione dello Stato, i Fotocronisti Baita non lesinarono inquadrature alle protagoniste di quella straordinaria stagione storica. Ecco allora susseguirsi donne nell’atto di esercitare il diritto al voto, tenere comizi, manifestare per migliorare le condizioni salariali.

Doverosamente incluse nella stessa categoria, le donne che praticavano il volontariato nelle sue manifestazioni più eterogenee: dalla Croce rossa alla cooperazione, dalla Chiesa alla prevenzione della poliomielite, fino all’organizzazione di sagre rionali.

Chiude l’esposizione e il volume una breve ma eloquente carrellata di sport che, significativamente, si apre con due immagini di lotta libera (1946), disciplina per consuetudine frequentata da uomini. È dunque la fotografia sportiva, costruita intorno all’esclusiva raffigurazione della prestazione atletica, a non ammettere distinzioni né discriminazioni sessuali; a rivelarsi, pur con tutta la sua leggerezza, postazione privilegiata da cui intravedere finalmente una linea di traguardo.

 

Le fotografie sono di Luciano Giachetti – Fotocronisti Baita. © Archivio fotografico Luciano Giachetti – Fotocronisti Baita (Vercelli). Riproduzione vietata.

Madre con i suoi tre gemelli, Vercelli, 1987

 

Ostetriche, Vercelli, 1950

 

Lavandaie, Quinto Vercellese, 1952

 

Istituto Sacro Cuore, Vercelli, 26 marzo 1953

 

Stiratrici dell’Ospedale, Vercelli, 1960/62

 

Convegno di coltivatrici dirette, Vercelli, 1966

 

Convegno di maestre d’asilo, Vercelli, 1986

 

Mondine, Vercellese, giugno 1950

 

Crocerossine, Vercelli, 13 maggio 1956

 

Gara di atletica, Vercelli, 1952

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