40 anni fa: le prime elezioni nel Biellese

Claudio Dellavalle[*]

articolo pubblicato ne “l’impegno”, a. VI, n. 2, giugno 1986

 

Nel corso del 1946 gli italiani andarono alle urne per eleggere i nuovi organi di governo amministrativi, l’Assemblea costituente, e decidere se conservare l’istituto monarchico o sostituirlo con la forma istituzionale repubblicana. Tre voti di diverso peso e valore, ma tutti e tre di grande portata perché gettavano le basi della convivenza civile di un popolo dopo venti anni di dittatura, cinque anni di guerra, venti mesi di lotta di liberazione e di scontro civile. Il voto significava prima di tutto voltar pagina e dare basi sicure alla democrazia riconquistata a duro prezzo il 25 aprile 1945. Voto e democrazia non sono sinonimi (anche nei regimi totalitari si vota), ma una democrazia senza voto non esiste.

L’analisi del voto è comunque un’operazione complessa, poiché l’espressione della volontà dei cittadini di una democrazia è un procedimento complicato che realizza, attraverso regole scritte e non scritte, il rapporto sempre difficile tra politica, istituzioni e società. Affrontarlo su un piano locale significa operare delle riduzioni e delle semplificazioni che speriamo possano essere compensate dagli stimoli alla riflessione e  all’approfondimento che qualche lettore vorrà ricavare da queste pagine.

Le premesse

Nel Biellese si votò per l’insediamento delle prime amministrazioni comunali elettive nella prima tornata prevista sul piano nazionale, in due scaglioni, il 31 marzo e il 7 aprile 1946.

La legge elettorale era stata varata dal primo governo De Gasperi all’inizio dell’anno, dopo una faticosa elaborazione che aveva visto contrapporsi i sostenitori di un ritorno puro e semplice al sistema prefascista e i sostenitori di innovazioni che tenessero conto del mutato clima politico-sociale.

Fu una contrapposizione che attraversò tutto il dibattito sulle elezioni e che, se non toccò i punti di tensione che affiorarono sulla questione riguardante la precedenza da dare alle elezioni amministrative rispetto a quelle politiche, fu tuttavia molto vivace e sostenuta con accanimento dalle componenti moderate, in particolare dai liberali. La contrapposizione nasceva sul ruolo e sulla funzione dei partiti del nuovo Stato. La destra vedeva con grande preoccupazione l’affermarsi di forme di partito fortemente strutturate sul piano organizzativo, in grado di orientare i comportamenti politici e di raccogliere il consenso su tutto il territorio nazionale, di condizionare i comportamenti delle sedi istituzionali. La tendenza, che si era manifestata già nel primo dopoguerra, si ripresentava ora con una forza moltiplicata e certamente distruttiva nei confronti di una concezione della politica che faceva perno sul partito d’opinione, basato su personalità eminenti e su forme di clientelismo politico, ma con deboli strutture organizzative. Si spiega così la dura battaglia condotta dai liberali, ma non solo da essi, in difesa del sistema elettorale maggioritario rispetto a quello proporzionale che non lasciava dubbi sul risultato a favore dei partiti di massa[1]. Era una battaglia perdente, ma non inutile come a prima vista potrebbe sembrare.

Se è vero, infatti, che l’impegno profuso per un ritorno al passato, considerando il fascismo una parentesi da espungere dalla storia del paese, non fu premiato, va però detto che tale impegno servì ad impedire l’approfondimento di temi di ben altra portata, quali, ad esempio, il modello di Stato che si voleva creare, lo spazio delle autonomie locali, il recupero in termini positivi e propositivi dell’esperienza ciellenistica in materia di decentramento dei poteri[2].

Non insisteremo oltre su questi problemi che fanno da sfondo alla vicenda locale; basterà segnalare che le decisioni prese al centro influirono fortemente sul dibattito locale. Ad esempio, la discussione sul destino del Cln, che aveva conosciuto nel Biellese una sua vivacità di temi e di spunti oltre che un ampio terreno di sperimentazione, calò presto di tono e l’attenzione delle forze politiche locali venne polarizzata dalla competizione elettorale[3]. D’altra parte la iniziativa delle forze moderate, e in particolare del partito liberale, per mettere sotto accusa gli organi di governo, che, sorti in una fase eccezionale, non avevano più ragione di esistere e dovevano essere sostituiti dalle tradizionali strutture amministrative, aveva prodotto anche nel Biellese i suoi effetti. Il secondo congresso dei Cln, tenutosi a Biella il 26 ottobre 1946, al di là degli sforzi di rivitalizzazione che le sinistre tentarono di operare, verificò lo stato di crisi di questi organismi[4]. Nel momento in cui il patto politico che ne aveva garantito l’esistenza venne messo in discussione da alcune delle componenti, il destino dei Cln fu segnato e, quel che è più grave, anche per la debolezza delle sinistre nella elaborazione di una proposta di Stato che correggesse i difetti centralistici del passato, un patrimonio di esperienze non secondarie andò disperso[5]. Il concetto di autonomia locale che era connesso con l’esperienza dei Cln non trovò spazio nelle discussioni e nei confronti sviluppati in preparazione delle elezioni amministrative. Va però detto che i liberali non poterono cogliere i vantaggi che si ripromettevano dalla liquidazione del Cln. Sfuggiva loro un dato importante per la comprensione delle tendenze secondo cui si stavano strutturando gli equilibri politici del dopo liberazione, e cioè il processo di politicizzazione crescente che la società aveva conosciuto e stava conoscendo. Ad esempio, nel portare un attacco a fondo al Cln di Biella e alla sua composizione, il giornale liberale scriveva, riferendosi a Biella città, che “l’ottantacinque per cento della popolazione […] non avendo aderito a nessun partito, né organizzazione non è affatto rappresentata dal Cln”[6]. Certamente la forza dei partiti, misurata in termini di iscritti, non superava la percentuale indicata; si possono dare delle cifre approssimative, ma non lontane dalla realtà: i comunisti contavano su circa diecimila iscritti, quattromila circa i socialisti, qualche migliaio i democristiani, alcune centinaia gli altri partiti; in tutto non più di ventimila su una popolazione complessiva di circa centottantamila persone[7]. Ma questa minoranza poteva contare su strutture che ne moltiplicavano la capacità di presenza sul territorio attivando canali collegati sia direttamente ai partiti, sia ad organizzazioni parallele, sia infine ad una rete di associazioni culturali, educative, sportive, che pur non avendo una qualificazione direttamente o anche indirettamente politica, costituivano dei bacini in qualche modo preparati ad accogliere un’indicazione preferenziale di espressione politica. Esisteva quindi un effetto moltiplicatore della presenza dei partiti che va tenuta in conto per valutare la capacità di questi di parlare alla società e di farla esprimere in termini politici.

Purtroppo non abbiamo studi significativi sul piano locale che servano ad illuminare, al di là dei soliti luoghi comuni, questa “presenza” dei partiti nella società e i processi attraverso cui essa si forma ed articola[8]. Possiamo fornire solo alcune indicazioni relative a quel periodo, tutte da sviluppare. Ad esempio, per il Partito comunista, accanto alle strutture partitiche vere e proprie (cellule di fabbrica, sezioni, organismi di zona) erano di grande importanza le associazioni partigiane, le organizzazioni dei giovani e delle donne,
le iniziative culturali e anche di formazione professionale, le cooperative, le società operaie[9]. Il Partito comunista biellese era un partito di giovani, che stabiliva un forte rapporto tra lotta antifascista e partigiana e lotta politica quotidiana; era un partito che portava nella militanza quotidiana (altro interessante tema da indagare) una carica di attivismo che compattava le sue forze, ma che proprio per questo poteva esporlo a valutazioni condizionate da un eccesso di volontarismo. Era, infine, un partito con un forte senso
dell’organizzazione, al punto che il successo organizzativo veniva usato in modo prioritario per spiegare il successo politico, ed aveva un radicamento sociale che faceva perno sostanzialmente sulla fabbrica.

Più debole sul piano organizzativo, il Partito socialista aveva però una grande risorsa nel richiamo alla tradizione, nel poter contare su un terreno dissodato da una storia di mezzo secolo di attività, nella capacità di presa più ampia sulle componenti della società biellese. La minor partecipazione alla lotta partigiana rispetto ai comunisti era compensata da una maggior adesione ai meccanismi reali della società, esponendosi però, come infatti avvenne, al rischio delle spinte da essa provenienti e alla personalizzazione dei conflitti.

La Democrazia cristiana, infine, era, per il periodo di cui ci occupiamo, ancora un oggetto misterioso, in cui la forza trainante del partito non sembrava tanto collocarsi nel gruppo dirigente locale, ma in più punti del variegato mondo cattolico. Certamente la forte personalità del vescovo, Carlo Rossi, ebbe un ruolo importante nel definire o ispirare gli orientamenti del partito, tanto più che ad esso facevano riferimento le articolate strutture delle associazioni cattoliche, a partire da quella più importante, l’Azione cattolica, con le sue articolazioni giovanili e femminili. Rilevante era anche la presenza delle Acli, mentre l’attenzione al mondo del lavoro, in tutte le sue componenti, era costante come appare dal giornale dell’Aci, “Il Biellese”.

Dai brevi cenni alla realtà dei partiti di massa biellesi appare comunque evidente, al di là della diversità delle opzioni politiche di fondo, il comune sforzo di adattamento alla società, che l’ampliamento enorme dell’elettorato rendeva indispensabile, superando ogni improbabile ritorno alle forme politiche del passato.

Il secondo punto che va messo in rilievo è l’incidenza e la profondità di un’esperienza storica appena conclusa e di cui la componente moderata tradizionale non coglieva appieno il valore. L’esperienza del fascismo, ma soprattutto quella della guerra, con i risvolti drammatici che aveva comportato, aveva segnato in profondità l’esperienza di vita quotidiana di tutti e ovviamente, con più forza, delle componenti della popolazione più deboli e più indifese. Da questo dato derivava per il singolo una spinta a contare, a non fare condizionare in modo passivo il proprio destino da scelte esterne. Ma proprio questa esigenza, che nasceva dalle esperienze vissute, riconduceva ad un nuovo senso del collettivo che l’esperienza della lotta di liberazione aveva rivelato possibile e che ora i partiti si accingevano a raccogliere. Per il Biellese questo dato era stato potenziato dall’incisività della lotta partigiana, che era stata di per sé un fattore di politicizzazione, sia per l’alto grado di coinvolgimento della popolazione, sia per i caratteri politici che la lotta partigiana aveva assunto.

Se era vero che sotto il profilo delle distruzioni fisiche il Biellese era stato sostanzialmente risparmiato, era invece stato profondamente segnato dalla durezza delle condizioni di vita che ne erano derivate e dallo scontro tra fascisti e antifascisti, tra tedeschi e partigiani, scontro a cui nessuna comunità, per quanto piccola, sia pure in gradi diversi, era sfuggita[10].

Il terzo elemento è dato dalla tradizione politica che aveva visto originarsi proprio nell’area biellese, a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, un movimento operaio robusto e articolato in grado di esprimere personaggi di rilievo sul piano nazionale sia nel movimento sindacale sia in quello politico. Se è vero che nel primo dopoguerra fratture profonde si erano generate all’interno di questo movimento nella contrapposizione tra comunisti e socialisti, è anche vero che questa tradizione aveva alimentato durante il regime fascista un’opposizione di minoranze attive e non scollegata dall’ambiente di provenienza[11]. Ma soprattutto l’esperienza prefascista aveva sedimentato una persistenza di scelte e di comportamenti di massa che riaffiorò nel dopoguerra con una forza tale da sorprendere gli stessi gruppi dirigenti del socialismo e comunismo biellese.

Un segnale significativo ci pare sotto questo profilo il rapido affermarsi del sindacato unitario, che nel giro di un anno poté contare su più di quarantamila iscritti, cioè la gran parte della popolazione attiva nelle industrie del Biellese[12]. L’adesione quasi totale al sindacato rappresentò un elemento decisivo per i
partiti della sinistra ad esso organicamente collegati sia sul piano degli strumenti direttivi sia, soprattutto, a livello di fabbrica, nelle commissioni interne e negli organismi periferici del sindacato.

La prima campagna elettorale

La campagna elettorale per le amministrative fu caratterizzata da una non elevata conflittualità tra i partiti, ma da una forte mobilitazione delle forze in campo per raccogliere il massimo dei consensi.

È chiaramente percepibile il passaggio da una situazione fino a quel punto regolata dall’unità ciellenistica e dalla regolazione dei conflitti entro gruppi ristretti, ad una situazione di concorrenza aperta tra i partiti, trasportata ora all’interno della società. In questo passaggio esisteva in tutti i partiti la preoccupazione di mantenere le tensioni entro margini controllabili.

Inizialmente il confronto si avviò sulla base dei programmi che i vari partiti andavano elaborando, ma non furono tanto le differenze di contenuto quelle che contarono, quanto il clima e le aspettative entro cui tali programmi si collocarono. Anche qui affiorò la differenza di fondo tra l’impostazione dei moderati e i partiti di massa.

I liberali, attraverso i loro organi di stampa, cercarono di depotenziare il significato politico del voto, insistendo sulla distinzione tra amministrazione e politica, facendo valere le ragioni del buon senso, dell’esperienza, della competenza. “Che cosa vuole il Pli dalle elezioni amministrative? Non un sindaco liberale non dei Consiglieri liberali. Vuole degli amministratori onesti, capaci e ben visti dalla popolazione. Niente politica nei comuni, nessuna discussione di partito tra i consiglieri”[13]. Tutte ottime argomentazioni, ma che risultarono fuori tono rispetto alle aspettative crescenti che si stabilirono attorno al voto e che erano di natura squisitamente politica.

Sul versante opposto, l’organo della Federazione comunista biellese dichiarò fin dall’inizio della campagna elettorale: “Vogliamo portare il popolo al potere”[14]. Venne attuato un accordo elettorale con i socialisti nel comune in cui si sarebbe votato con il sistema maggioritario, cioè in tutti i comuni biellesi tranne che a Biella, che superava la soglia dei trentamila abitanti, necessaria per votare col sistema proporzionale.
La parola d’ordine di comunisti e socialisti fu: “Il Comune al popolo, il popolo al Comune”, ma non in tutti gli ottantadue comuni del Biellese vennero presentate liste uniche. Nei programmi dei partiti della sinistra può essere di qualche interesse rilevare la rivendicazione di una “larghissima autonomia” ai comuni in materia tributaria, mentre nel programma della Dc venne avanzata la proposta della costituzione di un consiglio dei comuni del Biellese come strumento per affermare la rilevanza specifica della vocazione economico-sociale dell’area biellese[15].

Ma il tratto distintivo della campagna elettorale della sinistra fu la saldatura con il passato: per i comunisti con la lotta antifascista e quella resistenziale e, ovviamente, il richiamo non poté che caricare di significati politici il voto amministrativo; per i socialisti il rinvio principale fu alla tradizione politica e amministrativa prefascista e alla ripresa di una battaglia là dove era stata interrotta dal fascismo. Costante fu il richiamo per entrambi i partiti ad un voto che consentisse di superare le difficoltà di ordine generale che venivano imputate a manovre reazionarie di cui la monarchia rappresentava la copertura più pericolosa. Come si vede, per la sinistra non ci fu un sostanziale distacco tra l’impostazione e i temi della campagna per le amministrative e di quella ormai vicina per la costituente e il referendum.

Debole fu la polemica politica tra i partiti di massa. La Democrazia cristiana, per la verità, mantenne nella campagna elettorale amministrativa un profilo basso in cui il rapporto tra politica e amministrazione restò poco definito. Solo in chiusura di campagna affiorarono alcune puntate di carattere ideologico, volte a mettere in dubbio la presenza di una reale democrazia in Russia, modello dei comunisti italiani.
Sembrano essere le risposte all’unico vero terreno di polemica tra sinistre e Dc, e cioè l’ingerenza di religiosi, soprattutto di parroci, nella battaglia politica. Ma fu una polemica più colorita che dotata di mordente. Segnala il riemergere di una componente anticlericale nelle file della sinistra, che peraltro in tempi passati aveva toccato punte ben più accese, ma è anche avvertibile il desiderio di non riaprire vecchie polemiche, di non acuire uno scontro sul terreno religioso, che avrebbe potuto allontanare potenziali elettori.

Il voto alle donne

La cautela fu accresciuta dall’incognita costituita dal voto femminile, che lo stesso giornale dell’Azione cattolica biellese definì come la “grande novità del momento”. “È il momento della donna questo, sono le donne in questa tornata elettorale a rappresentare la grande novità del momento. Sono esse l’elemento nuovo, la nuova forza immessa per la prima volta nella vita pubblica. Si rende conto la donna di tutto ciò?”[16].

L’interrogativo tormentava non solo i cattolici, ma tutte le forze politiche. Se nessuno metteva in discussione l’allargamento del suffragio alle donne, stabilito dal decreto del gennaio 1946, tuttavia era diffusa l’inquietudine per quello che avrebbe potuto significare l’immissione di un massa così elevata di donne in un’attività che da sempre era stata riservata agli uomini. Si avverte tale inquietudine negli impacciati commenti da parte della stampa liberale[17], ma anche a sinistra era presente la preoccupazione per la direzione che avrebbe assunto un voto che si riteneva più facilmente condizionabile dalle forze moderate, soprattutto attraverso la mediazione del fatto religioso.

La stampa comunista puntò sul tema del voto come fattore di emancipazione della donna, come un riconoscimento formale di un dato che nel Biellese era già realtà, e cioè la massiccia presenza delle donne nell’attività lavorativa, in particolare in quella industriale, di qui la necessità che tale lavoro venisse riconosciuto alla pari di quello dell’uomo. Era questo un argomento forte e che in parte era stato realizzato negli accordi sindacali stipulati nel Biellese nel corso della lotta di liberazione: le distanze che avevano storicamente separato la retribuzione maschile da quella femminile, se non completamente annullate, erano state comunque ridotte in modo netto, tanto da sollevare le proteste violente delle organizzazioni padronali di altre zone
a prevalente vocazione tessile.

Il secondo fattore di emancipazione era stato dato dalla partecipazione della donna alla lotta di liberazione, durante la quale le donne, o meglio, una parte minoritaria ma importante, aveva rotto la separatezza in cui il fascismo aveva voluto relegarla chiudendola nel cerchio di ruoli specifici e subalterni: “La donna […] ha preso parte alla lotta, è diventata partigiana, infermiera, combattente e in questa lotta ha forgiato la sua coscienza, ha rivelato la sua forza, ha posto il suo diritto […] di portare il suo contributo per decidere del proprio destino e del destino della nazione”[18].

Sono queste le posizioni più avanzate che abbiamo riscontrato nella stampa del tempo, in cui la trattazione di una specificità della condizione femminile era colta solo nel momento in cui essa si avvicinava ai modi e ai tempi della politica intesa nel senso più tradizionale. I comunisti furono certamente la forza più aperta su questo problema perché potevano contare su un’effettiva, pur se limitata, presenza femminile, sia nel partito sia nelle organizzazioni giovanili, oltre che ovviamente nell’Udi. Ma i dirigenti stessi riconobbero che la presenza femminile nel partito era insufficiente (circa un quinto degli iscritti), debole la formazione di nuovi quadri; nel Comitato federale su quarantadue membri solo sei erano donne, di cui tre provenienti dalle file dell’antifascismo del ventennio e quindi meno collegate con la realtà delle generazioni più giovani; nessuna donna era presente nella segreteria. In realtà la donna era riconosciuta come pieno soggetto politico se modellava la sua esistenza sul comportamento maschile, se annegava, come si direbbe oggi, il privato nel pubblico, e questa era una scelta che il sentire comune accettava come caso particolare, come eccezione, ma disapprovava come norma. In definitiva la scelta di una vita politica attiva era generatrice nelle donne di conflittualità con l’esterno, nella famiglia e in se stesse, poche erano quelle che si sentivano di reggere questa sorta di schizofrenia, che produceva a fasi alterne slanci improvvisi e altrettanto improvvise ricadute[19]. La linea di crescita emancipatrice che si era prodotta, come è stato documentato, negli anni dell’inizio secolo e del primo conflitto mondiale, sembrò così spezzata, e solo in parte riattivata dell’esperienza resistenziale dopo che il fascismo aveva ribadito una separazione di ruoli e di valori accettata come normalità[20]. Così è comprensibile che toni paternalistici affiorassero nel giornale socialista che insiste sulla necessità del saper votare o, come si disse alla vigilia del voto, del dover votare[21], sviluppando sul voto femminile una campagna molto intensa: il punto di partenza fu la riluttanza o il rifiuto femminile ad occuparsi di politica, come risultato delle scelte di marginalizzazione delle donne voluta dal fascismo. “I venticinque anni di regime hanno disabituato la donna ad interessarsi di quel ‘qualcosa’ che si chiama politica fino al punto che ogni tentativo di avvicinamento è impossibile in certi elementi, tanta è la paura e l’avversione per tutto ciò che ha nome e colore di partito qualunque esso sia”[22].

Partendo da questo dato, che avrebbe toccato il 90 per cento delle donne, il giornale socialista si sforzò di dimostrare il collegamento tra scelte politiche e condizioni di vita quali le donne sperimentavano nella difficile gestione della vita familiare[23]. Si argomentò sulla necessità di controllare la politica che può portare alla guerra, che “strappa loro i figli” e di piegarla invece a risposte positive alle esigenze dei cittadini.
In questo contesto affiorò un accenno più preciso alla condizione femminile: “Sono esse [le donne] che lavorano 16 ore su 24 in casa e fuori per essere trattate con inferiorità ed è ad esse che vengono irretiti (malgrado capacità ed intelligenza) i posti rimunerativi e di comando”, ma si tratta appunto di un accenno che non diventa analisi. Certamente meno conflittuale fu la scelta delle militanti cattoliche la cui partecipazione, non tanto alla vita di partito, ma soprattutto a quella delle associazioni cattoliche, si collocò entro confini tendenti a ribadire e non a rimettere in discussione i compiti e i ruoli tradizionali della donna, così che il processo di politicizzazione, che pure ci fu e non di poco conto, risultò mediato e non comportò la necessità di scelte traumatiche né sociali né personali.

Abbiamo ritenuto di dare rilievo al problema del voto femminile perché ci pare che esso possa stimolare un approfondimento, che in questa sede non è possibile condurre, che ci restituisca la dimensione di una delle contraddizioni che percorsero la società biellese ed i partiti che ne vollero essere espressione. Vediamo ora su quali basi si ponesse la battaglia elettorale.

La composizione delle liste

Risulta di un certo interesse l’esame della composizione delle liste per le elezioni amministrative di Biella. Purtroppo i dati che abbiamo potuto ricavare dai giornali sono molto sintetici; consentono tuttavia qualche annotazione se si tiene conto che si tratta della prima prova elettorale e che, dunque, i partiti, che erano, non si dimentichi, organismi in costruzione, dovettero misurarsi con il consenso. Si trattava di affermare attraverso le persone proposte un’immagine definita del partito e nello stesso tempo di amplificare al massimo la capacità di convogliare voti, agendo su uno spettro il più ampio possibile delle componenti sociali.
Esaminando rapidamente le liste, proveremo a verificare in che misura i partiti riuscirono a combinare queste due esigenze.

Incominciamo dal Partito comunista: dei quaranta nomi proposti (ma per due mancano indicazioni) cinque erano donne; poche, ma era il numero più elevato presente in una lista. Gli operai erano quattordici, in prevalenza operai tessili, ma c’erano anche due operai meccanici, due muratori, un tipografo; anche due delle donne presentate erano operaie. Cinque erano gli impiegati (due amministrativi, due tecnici, un assicuratore); due i commercianti, ma si trattava di esercenti di piccoli commerci, infatti uno era un venditore ambulante; due erano gli artigiani e due i contadini o meglio uno, perché l’altro era definito come orticultore.
Insomma era rappresentata ampiamente l’articolazione del lavoro dipendente (più del 50 per cento dei nominativi) e in minima parte quello autonomo, ma collocato nella scala inferiore.

La seconda componente di maggior peso (si trattava di sette uomini e tre donne) era costituito da “politici”, cioè da ex operai o ex impiegati che lavoravano per il partito, il sindacato o le organizzazioni collaterali, a tempo pieno. Dieci candidati, infine, erano individuabili come partigiani combattenti o come militanti antifascisti riconosciuti. Non c’era né un diplomato, né un laureato, né un intellettuale; i tentativi per acquisire alla lista comunista esponenti di un certo peso tra i ceti medi si scontrò con resistenze non superabili, spie di un certo settarismo presente nel partito, ma anche di come venisse avvertita nell’ambiente di Biella città una proposta politica considerata “estremista”[24].

Il carattere di classe della lista comunista è evidente; le possibilità di raccogliere consensi al di là degli strati sociali di cui era espressione, debolissima; le risorse su cui il partito poteva contare erano la coerenza della lotta antifascista e resistenziale e la coerenza della battaglia politica per gli obiettivi annunciati. Il voto che sarebbe andato al Pci non poteva che essere un voto dal significato politico forte.

Per i socialisti la situazione era più complessa. Fra trentanove nomi proposti, le donne erano tre (un’impiegata e due operaie tessili); undici gli operai, distribuiti in modo equilibrato in vari settori d’attività (tessili, meccanici, tipografi, fonditori, cappellai, elettricisti, servizi), e ben nove gli impiegati (di cui sette tecnici). Scorrendo questi dati si ha che il lavoro dipendente era rappresentato da ventitré nominativi, in una percentuale vicina a quella della lista comunista, ma con una minor presenza operaia. Ben diversa era la presenza del lavoro autonomo: cinque professionisti (due avvocati, due ragionieri, un chimico), tre artigiani, quattro commercianti, un agricoltore.

La presenza di politici, che pure c’era (basti citare Luisetti, sindaco espresso dal Cln) non era sottolineata e neppure la militanza antifascista veniva fatta rilevare essendo ritenuto evidentemente un dato ovvio. È palese l’intenzione di rappresentare tutto il mondo del lavoro dipendente e autonomo; la rappresentanza di classe si estendeva a quella degli interessi di categorie relativamente privilegiate.

Fra i trentanove nominativi della lista democristiana, comparivano quattro donne: due artigiane, una insegnante, una operaia. Il lavoro dipendente era rappresentato da quattro operai (due tessili; un ferroviere, uno senza indicazione) e da tredici impiegati, di cui tre bancari; in tutto, comprese le donne, diciannove nominativi più un dirigente d’azienda. Il lavoro autonomo era rappresentato da cinque professionisti (due medici, un commercialista, un architetto, un avvocato), quattro artigiani, quattro commercianti, un agricoltore, due imprenditori (uno tessile, uno edile): in tutto, comprese le due donne artigiane, diciotto nominativi.

È evidente l’intenzione di rivolgersi ai ceti medi, di cui si rifletteva in modo ampio l’articolazione, senza dimenticare gli strati operai (che risultano però marginali) e soprattutto impiegatizi. Piccola e media borghesia soprattutto, ma puntando anche più in alto attraverso nomi di prestigio come quello di Giuseppe Pella, commercialista notissimo in città e una rappresentanza di imprenditori. Non compariva nessuna qualificazione politica, né riferimento ad attività di tipo organizzativo politico, svolte nel presente o nel passato, ma da informazioni raccolte si sa che almeno otto candidati avevano militato nel Partito popolare, e ben quattordici, ma forse più, erano iscritti alle organizzazioni dell’Azione cattolica, a conferma del ruolo preminente assunto da questa organizzazione. Fra essi, tre erano dirigenti sindacali[25].

Infine i liberali, che proponevano trentasette nominativi, come risultato di un referendum svolto dal partito. È questa l’unica indicazione sulle procedure seguite nella formazione delle liste. Una sola donna era presente, con la qualifica di impiegata. Il lavoro dipendente era rappresentato da nove impiegati, di cui uno amministrativo e un perito industriale. Quello autonomo da un artigiano (parrucchiere), sei commercianti (si trattava di nomi assai noti nell’ambiente cittadino), tredici professionisti (erano rappresentate le professioni liberali: professori, medici, notai, farmacisti), sei industriali, per lo più tessili. Non c’erano né operai, né lavoratori dipendenti dei servizi. Il carattere sociologicamente elitario della lista è evidente; si puntava sulla competenza e sulla professionalità delle persone proposte per raccogliere voti negli strati sociali inferiori.

Questa rassegna particolareggiata e forse noiosa della composizione delle liste ci è sembrata importante perché, forse più di molti discorsi, fornisce un’immagine concreta, quasi una fotografia dei partiti dell’epoca, delle loro aspettative, delle loro intenzioni, dell’immagine stessa che essi vollero proiettare all’esterno e, in fin dei conti, anche dei canali che vennero attivati per collegarsi alla società.

Un dato generale ci pare di dover sottolineare perché offre lo spunto a riflessioni complessive sui valori e i modelli culturali operanti in quel periodo. Fu il lavoro, vale a dire l’attività produttiva svolta dai candidati, l’elemento di identità sociale assolutamente prevalente e su cui tutti i partiti puntarono: in tutte le liste compare una sola casalinga, non troviamo un pensionato, né un disoccupato, il mondo della scuola è assolutamente marginale. È un dato su cui riflettere perché ci restituisce un mondo di valori fortemente omogeneo e univoco, accettato come naturale dalla comunità del tempo e dai partiti che in essa operavano.

Se potessimo accrescere le conoscenze sui criteri e le discussioni che accompagnarono la formazione delle liste questo punto potrebbe essere meglio articolato. Inoltre, potrebbero apparire con maggior evidenza i contenuti del ruolo di mediazione tra istituzioni e società che i partiti si accingevano ad assolvere nella nuova realtà dell’Italia del dopoguerra e su come facessero politica i partiti di massa del dopoguerra. Per le modalità e l’estensione con cui questo ruolo venne concretamente svolto, esso costituisce un salto qualitativo di grande rilievo. La politica penetrò nella società civile in modo diffusivo e con questo dato fu necessario da quel momento fare i conti. Vediamo ora i risultati della prima consultazione elettorale.

Il voto amministrativo

L’impegno dei partiti, tradottosi in uno sforzo propagandistico notevole (decine e decine furono i comizi tenuti in tutti i centri del Biellese; a Biella ci furono comizi tenuti da personaggi politici di rilievo nazionale, come Secchia e Nenni) ebbe un primo risultato positivo; la partecipazione al voto risultò molto elevata. Toccò l’87 per cento a Biella, superiore fu nei paesi del circondario.

Negli ottantuno comuni dove si votò con il sistema maggioritario queste furono le maggioranze vincenti: Psiup 25, Psiup-Pci 29, Pli 9, Dc 9, liste indipendenti 9.

Alle sinistre andarono la gran parte delle amministrazioni dei paesi delle vallate, l’effetto combinato della tradizione e dell’esperienza resistenziale avevano dato un risultato superiore alle aspettative, forse sovrarappresentato dal sistema maggioritario, ma comunque indiscutibile. Alle forze moderate e alle liste indipendenti andarono quei comuni che risultavano marginali nel contesto della regione per funzioni o per caratteristiche economiche: si trattava o di piccoli comuni nella parte alta delle valli, o di comuni della pianura a carattere prevalentemente agricolo.

All’interno di questo quadro, tuttavia, i veri vincitori delle prove apparirono i socialisti, che realizzarono complessivamente risultati nettamente superiori ai comunisti, le cui attese erano state rafforzate dai risultati di Vercelli città, in cui si erano affermati come il primo partito, superando la Dc e ottenendo più del doppio dei voti dei socialisti. A Biella le urne diedero un responso assai diverso:

 

voti seggi
Dc 8.599 13
Psiup 8.448 13
Pci 6.841 11
Pli 2.052 3

 

Sia pure per pochi voti la Dc uscì quindi vincitrice dalla prova, sia pur contrastata a breve distanza dal Psiup, raccogliendo evidentemente una parte cospicua dell’elettorato moderato e conservatore che i liberali si aspettavano di poter contare nelle proprie file. I comunisti, al terzo posto, restarono lontani dall’obiettivo, di cui non avevano fatto mistero durante la campagna elettorale, di raccogliere da soli la maggioranza dei consensi.

Si confermò in modo clamoroso la diversità tra il capoluogo e il circondario, tra la città, sede dei traffici e dei commerci, dei servizi privati e pubblici e i centri delle valli, sedi dell’attività produttiva, in particolare di quella tessile.

Involontariamente, ma con molta efficacia, il commento del giornale cattolico locale, sottolineò questo aspetto; se, infatti, le elezioni del capoluogo non avessero incluso anche gli abitanti di Cossila e Chiavazza (due centri a carattere industriale, in passato comuni autonomi, che erano stati accorpati a Biella dal fascismo e per i quali era in corso una controversa operazione di ricostituzione delle entità municipali), il successo della Dc sarebbe stato molto più netto. Non solo, osservò ancora il giornale cattolico, per effetto del gioco delle preferenze, le categorie economiche e professionali di Biella centro vennero ad essere sottorappresentate (nessun rappresentante in consiglio per i contadini, un solo rappresentante per gli industriali e i
commercianti)[26].

Al di là dei giochi delle ipotesi, tuttavia, il dato di rilievo è che la Dc, con il successo ottenuto in città, si presentò come il polo di raccolta degli strati sociali moderati e conservatori, dei ceti medi cittadini, togliendo al Pli ogni prospettiva di recupero e stabilendo, almeno nel capoluogo, un polo di riferimento omogeneo alla tendenza che il partito cattolico rivelava (o stava per rivelare) in tutto il paese. Il giornale socialista, commentando i risultati, dopo aver ovviamente esaltato il risultato positivo proprio e delle liste socialcomuniste, riconobbe che “i Dc […] sono ora un grande partito di massa – malgrado che in esso – comincino a nascondersi elementi che non hanno interessi comuni con gli stessi lavoratori Dc e i
lavoratori nel loro assieme”, e li invitava ad una “politica ardita verso innovazioni progressiste”[27].

La delusione dei comunisti per i risultati di Biella affiorarono in un articolo, dal titolo significativo in cui il risultato Dc era spiegato con il ricorso a mezzi spregiudicati, che le avrebbero permesso di “rubare” millecinquecento, duemila voti ai liberali e di appropriarsi del voto degli ordini religiosi e di quello di strati deboli della popolazione (anziani e ospiti degli istituti di carità)[28].

È evidente il disorientamento di fronte ad un risultato inaspettato che non si riusciva ancora a filtrare in un giudizio politico più elaborato. La grande mobilitazione che il partito aveva compiuto, la sicurezza di sentirsi il portatore di una spinta di trasformazione in linea con l’impegno profuso nella lotta di liberazione, la partecipazione massiccia alle manifestazioni promosse dal partito, più numerosa di quella dei partiti concorrenti, erano tutti elementi che, evidentemente, avevano creato un’aspettativa forte di successo e che riconfermavano i caratteri (e i difetti) di un partito giovane, fatto di giovani.

La delusione era stata quindi più forte sia per il successo socialista a Biella e nel circondario, non valutato in quelle dimensioni, sia per l’affermazione democristiana, la cui capacità di presa sulla società sfuggiva ai comunisti, non abituati a un modo di far politica che non amava la piazza, lo scontro del dibattito, ma che si muoveva per linee interne poco appariscenti.

Il successo personale di Giuseppe Pella, che raccolse 3.212 voti, quasi quanti ne raccolse un personaggio di prestigio come Virgilio Luisetti, sindaco della giunta nominata dal Cln e già sindaco di Biella prima del fascismo, risultò agli occhi dei comunisti inspiegabile, mentre era proprio la chiave per spiegare buona parte del successo Dc[29]. Di formazione cattolica ma attento alle importazioni economiche liberali, ex vice podestà di Biella, proprietario di uno degli uffici commerciali più importanti della città, consulente fiscale di numerose aziende biellesi, consulente dello stesso Cln biellese nella riscossione delle tassazioni per sostenere la lotta partigiana, Pella interpretava in modo esemplare la necessità di ampi strati di proprietari e industriali e del ceto medio alto cittadino di trovare un referente politico che, nella nuova situazione, fornisse garanzie di moderazione, capacità tecniche e prestigio sufficiente per entrare a pieno titolo, e con la forza di un partito di massa, nei giochi politici in formazione[30]. Il travaso di voti dai liberali ai democristiani era passato attraverso questa mediazione, in cui autorità e prestigio personale e professionale ed esigenza politica si erano intrecciate felicemente.

Pella non entrò nella nuova giunta che si insediò a Biella all’inizio di maggio sulla base di un accordo tra i maggiori partiti, ripetendo, sul piano locale, le intese tra i partiti sul piano nazionale e affermando una linea di continuità con il Cln. In realtà, Luisetti venne riconfermato sindaco: fu l’unico esponente della giunta espressa dal Cln alla liberazione a venire riconfermato[31].

La costituzione delle giunte nei comuni del circondario, stando alla stampa locale, non sembrò comportare particolari problemi, ma il passaggio non fu indolore. Il problema era dato dal fatto che una buona parte delle giunte nominate dai Cln locali erano guidate da elementi che si erano rivelati i più attivi nell’attività clandestina; i comunisti erano quindi numerosi: trentasei, stando ad un elenco che può essere incompleto[32]. La riconferma di un sindaco comunista nei molti comuni in cui le sinistre unite avevano vinto non era affatto scontata anche se nell’accordo tra i due partiti si era stabilito che la scelta dovesse cadere sul compagno più preparato e sperimentato. Il largo successo dei socialisti spingeva infatti questi ultimi a far valere l’esigenza di ottenere al proprio partito la carica più prestigiosa. Non fu questa una delle ultime ragioni che innescò un clima di tensioni tra i due partiti, di cui si trovano tracce anche nella stampa locale, accresciuta dai conflitti che incominciarono ad affiorare tra le componenti interne del Psiup sul problema del rapporto con i comunisti[33].

Ma a parte questi aspetti, su cui occorrerebbe tornare con un’analisi più puntuale, dobbiamo segnalare il grande interesse che potrebbe assumere un’indagine del processo di formazione delle dirigenze elettive locali. Da alcune parziali verifiche condotte su alcuni dati di comuni delle valli biellesi fortemente industrializzati, emerge un alto tasso di continuità tra momento formativo antifascista e resistenziale ed elezioni amministrative; mentre tale continuità quasi scompare in comuni a struttura non industriale e con esperienze meno significative sul piano del coinvolgimento nella lotta di liberazione[34].

Verso il referendum e le elezioni per la Costituente

La “prova” delle elezioni amministrative ebbe l’effetto di accrescere l’interesse per le ormai vicine scadenze elettorali di ben maggior rilievo politico. Le indicazioni emerse dalle amministrative spinsero i partiti a rafforzare l’impegno per una prova che veniva percepita come un passo decisivo per il futuro del paese. L’attivismo elettorale si fece frenetico: in una settimana i comunisti tennero ben ottantatré comizi pubblici; analogo attivismo si riscontrò fra i socialisti[35]; meno intensa, ma pur sempre elevata, l’attività degli altri partiti. La passione politica di quella primavera del ’46 è rimasta impressa nella memoria dei militanti politici e anche della gente comune che vi partecipò con un’intensità oggi impensabile[36].

I giornali locali registrarono l’acuirsi della tensione: la polemica ideologica che nelle elezioni amministrative era stata contenuta e allusiva, si fece esplicita e coinvolse la scelta referendaria. Le sinistre chiesero la liquidazione della monarchia, considerata un punto di riferimento per le forze conservatrici e reazionarie nel paese, e sostennero l’equazione repubblica-democrazia-progresso; la Dc e i liberali tentarono invece di depotenziare lo scontro sul referendum. I liberali biellesi, in modo più accentuato che non a livello nazionale, si spaccarono sulla questione istituzionale e finirono per rinunciare ad una indicazione precisa agli elettori, lasciando libertà di scelta secondo coscienza. La Dc dal canto suo, tese a negare l’importanza della scelta referendaria evitando di pronunciarsi, come sostenne autorevolmente Alessandro Cantono sul “Biellese”; il problema non era la scelta monarchica o repubblicana, come se tali istituzioni fossero in grado di “procurare di per se stesse al paese prosperità e felicità [la cosa più importante] è il rinnovamento morale, […] la prima cosa è l’onestà, il senso di responsabilità e dignità”[37].

Parole sagge e anche belle, se ad esse avesse corrisposto un reale distacco da parte democristiana dalla questione oggetto di referendum. La polemica democristiana si incentrò soprattutto sui contenuti autoritari e totalizzanti dell’ideologia e di conseguenza dei comportamenti comunisti, mettendo in guardia contro il linguaggio moderato e democratico da questi utilizzato, attaccando il modello sovietico, a cui i comunisti italiani facevano riferimento, riportando esempi di comportamenti violenti e prevaricatori in altre parti d’Italia da parte di comunisti contro sacerdoti o concorrenti politici[38].

Da questo contesto, senza che peraltro venisse mai affermato esplicitamente, la conservazione dell’istituto monarchico finì per apparire una scelta di garanzia di ordine e di controllo della spinta a sinistra.

L’intensa campagna elettorale non diede origine a incidenti di rilievo e l’andata alle urne fu regolare in tutto il Biellese, toccando percentuali di voto molto elevate, superiori a quelle riportate nella recente prova delle amministrative.

Non faremo un’analisi dettagliata dei risultati, che richiederebbe un impegno e uno spazio eccessivo. Ci limiteremo a cogliere le indicazioni di maggiore rilievo.

La vittoria della Repubblica fu nel Biellese netta.

 

Provincia %
Repubblica 151.419 61,7
Monarchia 93.851 38,3
Biellese %
Repubblica 79.266 67,7
Monarchia 39.925 32,3
Biella città %
Repubblica 16.014 58,6
Monarchia 11.160 41,4

 

Pur nel quadro di affermazione della scelta repubblicana balza agli occhi la differenza tra il dato complessivo del Biellese e quello di Biella città, dove il voto a favore della monarchia superò il 40 per cento, a ulteriore conferma della differenza verificata tra le due realtà.

Nei paesi industriali delle vallate la vittoria della Repubblica fu schiacciante; specie dove la presenza comunista era forte e ci fu un effetto di trascinamento che portò voti alla Repubblica.

In soli cinque o sei comuni su ottantadue, e si trattava di comuni marginali sia per attività produttiva sia per numero di abitanti, i suffragi raccolti dalla monarchia superarono quelli della Repubblica. Ma il dato politicamente interessante è che la somma dei suffragi raccolti dalle sinistre coincise quasi perfettamente con quelli ottenuti dalla scelta repubblicana e, viceversa, la somma di quelli raccolti da Dc, liberali e qualunquisti coincise con i suffragi ottenuti dalla monarchia. Se si può dire che la libertà di scelta non spostò che pochi voti liberali verso la Repubblica o l’astensione, la presunta indifferenza democristiana convogliò, con poche eccezioni, i voti cattolici sullo stemma sabaudo. A ragione, il “Corriere Biellese”, commentando il risultato del referendum, riportò una constatazione “per noi spiacevole, anche se non costituisce una sorpresa dato il contegno degli ultimi giorni: la Dc, specialmente nel Biellese, si è infischiata del 75% di repubblicani, apparsi al Congresso di Roma ed ha votato per la monarchia utilizzando così la libertà di coscienza, motivo posto innanzi da De Gasperi nel suo gioco di equilibrio perfetto”[39].

Certamente la sensazione di partito “assediato” che la Dc locale in qualche modo “pativa” nel Biellese, doveva aver spinto ad indicazioni precise nei confronti degli elettori; restava tuttavia il fatto che la scelta compiuta non avrebbe certamente giovato ad una più distesa convivenza tra la Dc e la sinistra.

Le elezioni per la Costituente confermarono, con poche varianti, il quadro già emerso con la consultazione delle amministrative. Anche qui, per non appesantire il discorso, forniamo solo pochi dati che facilitano la comprensione delle tendenze generali, utilizzando i dati percentuali.

 

Provincia Biellese Biella città
Psiup 29,9 34,9 31,3
Pci 28,8 29,2 25,2
Dc 31,4 27,2 30,3
Altri 9,9 8,7 13,2

 

Le sinistre, con il 64 per cento dei voti per tutto il Biellese, uscirono largamente vincitrici dalla prova; per avere un’idea del successo va tenuto conto che Psiup e Pci ottennero nel Biellese rispettivamente 14 e 10 punti percentuali in più rispetto al dato nazionale, conquistando il primo e il secondo posto in graduatoria. La situazione si modificò, in meglio per le sinistre, anche in Biella città dove il Psiup fu il primo partito, il Pci recuperò qualche punto, mentre la Dc scese, sia pure di poco. In Biella, la maggiore affluenza alle urne rispetto alle amministrative non andò a vantaggio della Dc e neppure del Pli; una parte di voti (1.057), che non si erano espressi in precedenza, andò alla lista Uomo qualunque, per poi passare, nelle
successive elezioni, nelle liste monarchiche e missine.

Nel circondario, stando ai risultati delle elezioni politiche, in quarantanove comuni i socialisti ottennero la maggioranza relativa, in sedici i comunisti, in diciassette i democristiani[40]. Ben quattro biellesi entrarono alla Costituente per l’elaborazione della Carta costituzionale[41].

Si chiudeva così la prima verifica elettorale dell’Italia uscita dalla guerra e dalla Resistenza. Un elemento di merito dei biellesi fu di averla saputa affrontare con passione politica, ma con equilibrio. I contorni che ne uscirono sotto il profilo politico risultarono fortemente innovati rispetto al passato per quanto riguardava i soggetti politici; uscì confermata anche la tradizionale vocazione a sinistra dell’area biellese. La solidità di questo successo, tuttavia, fu più apparente che reale e subì le prime crepe entro lo stesso anno in cui si era realizzato. L’asse dello scontro, una volta verificata con le elezioni la preminenza dei partiti di massa, si spostò al loro interno, avendo come poli opposti di tensione i comunisti da una parte e la Dc dall’altra.
Il 1946 aveva ormai fornito le sue risposte.


Note

[*] La ragione di queste brevi note è occasionale e dovuta alla volontà dell’Istituto per la storia della Resistenza in provincia di Vercelli di ricordare, nel modo meno celebrativo e rituale possibile, le elezioni del 1946, che rappresentano un momento fondante delle forme stesse con cui si è realizzata la Repubblica italiana.
La necessità di rispettare i tempi redazionali mi ha costretto ad una stesura affrettata e a un uso parziale del materiale. Si sono utilizzate quasi esclusivamente le fonti a stampa e, non nel modo con cui avrei voluto, alcune testimonianze, peraltro preziose; ho ridotto al minimo i riferimenti bibliografici che sono in materia ormai assai ampi. Ringrazio Patrizia Rodighiero e Gianna Schiapparelli che mi hanno aiutato a raccogliere il materiale; ringrazio chiunque vorrà segnalare eventuali errori ed imprecisioni.

[1] Su questo cfr. Ernesto Bettinelli, Le formazioni dell’ordinamento elettorale nel periodo precostituente. Alle origini della democrazia dei partiti (1944-1946), in Enzo Cheli (a cura di), La fondazione della repubblica, Bologna, Il Mulino, 1979, p. 129 e ss. Per i riferimenti generali rinviamo a Antonio Gambino, Storia del dopoguerra dalla liberazione al potere Dc, Bari, Laterza, 1975 ed ora a Giorgio Candeloro, La fondazione della Repubblica e la ricostruzione. Considerazioni finali, Storia dell’Italia moderna, vol. XI, Milano, Feltrinelli, 1986.

[2] Sul tema delle autonomie locali ci limiteremo a richiamare Ettore Rotelli, L’autonomia locale dal fascismo alla repubblica, “Rivista di storia contemporanea, 1978, n. 1, pp. 59-74; Id., La restaurazione post-fascista degli ordinamenti locali, in “Italia contemporanea”, 1979, n. 134, pp. 45-72 e più in generale, Id., L’alternativa delle autonomie. Istituzioni locali e tendenze politiche dell’Italia moderna, Milano, Feltrinelli, 1978. Sulle elezioni in generale cfr. Celso Ghini, Il voto degli italiani 1946-1974, Roma, Editori Riuniti, 1975.

[3] È ancora da fare una ricerca sistematica sull’esperienza del Cln biellese dopo la liberazione; per un’area circoscritta vedi Franca Di Palma – Silvana Grigoli, Movimento di liberazione e Cln nelle campagne tra Biella, Vercelli, Santhià (1943-1946), Università di Torino, Facoltà di Magistero, a.a. 1976-77.

[4] Cfr. Il 2° congresso dei Cln di Biella, in “Il Biellese”, organo dell’Azione cattolica biellese, 26 ottobre 1945.

[5] Sulla “parabola” dei Cln cfr. Guido Quazza, Resistenza e storia d’Italia, Milano, Feltrinelli, 1978, e Gaetano Grassi – Massimo Legnani, Il governo dei Cln, in Massimo Legnani (a cura di), Regioni e stato dalla Resistenza alla Costituzione, Bologna, Il Mulino, 1975.

[6] L’attacco dei liberali metteva sotto accusa la composizione del Cln di Biella in cui i comunisti, attraverso la presenza di rappresentanti degli organismi di massa e dei partigiani, costituivano la metà dei componenti. Cfr. Composizione politica del Cln di Biella, in “La Voce di Biella”, organo del Partito liberale biellese, 27 ottobre 1945.

[7] Le cifre sono ricavate dai resoconti presentati ai congressi che si svolsero tra la fine del 1945 e l’inizio del 1946.

[8] Su un piano generale vedi l’ancora utile La presenza sociale del Pci e della Dc, Bologna, Il Mulino, 1969; spunti utili anche in Giorgina Levi – Lia Corinaldi, L’associazionismo operaio e la cultura di classe nel dopoguerra, in Aldo Agosti – Gian Mario Bravo (a cura di), Storia del movimento operaio del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte, Bari, De Donato, 1981.

[9] Sulle strutture dei partiti biellesi nel dopoguerra possediamo scarse informazioni, solo per il Partito comunista è disponibile un lavoro di una certa organicità curato da Gianni Furia – Luigi Spina – Angelo Togna, 60 anni di vita della federazione biellese e valsesiana del Pci attraverso i suoi congressi, Biella, Federazione comunista, 1984.

[10] Sui caratteri della guerra di liberazione nel Biellese cfr. Anello Poma – Gianni Perona, La Resistenza biellese, Parma, Guanda, 1972; Claudio Dellavalle, Operai industriali e partito comunista nel Biellese 1940-1946, Milano, Feltrinelli, 1978 e i numerosi saggi comparsi su “l’impegno”.

[11] Sull’antifascismo nel ventennio nel Biellese, in Valsesia e nel Vercellese è in corso presso l’Istituto per la storia della Resistenza in provincia di Vercelli una ricerca sistematica. Vedi anche il primo capitolo di A. Poma – G. Perona, op. cit.

[12] Sulla fondazione del sindacato nel Biellese nel dopoguerra vedi Maddalena Melagrana, Aspetti del movimento sindacale nel Biellese dagli anni della clandestinità alla svolta del 1948, tesi di laurea, Università di Torino, Facoltà di Magistero, a.a. 1970-71; e Patrizia Rodighiero, La camera del lavoro di Biella negli anni della ricostruzione 1945-1948, tesi di laurea, Università di Torino, Facoltà di Magistero, a.a. 1984-85.

[13] Elezioni amministrative, in “La Voce di Biella”, 16 febbraio 1946.

[14] In “Vita Nuova”, organo della Federazione del Pci biellese.

[15] L’accordo fra socialisti e comunisti fu sottoscritto il 19 febbraio 1946. Cfr. G. Furia – L. Spina – A. Togna, op. cit., p. 35. Per le proposte della Dc cfr. Marco Neiretti, Cronache e documenti della rinascita, Torino, Tip. Artistica Nazionale, 1967.

[16] Conferenza della dott. C. Rossi, in “Il Biellese”, 8 febbraio 1946. La dottoressa Rossi era rappresentante del Centro nazionale della gioventù femminile, organo dell’Azione cattolica.

[17] Vedi Le elezioni amministrative, in “La Voce di Biella”, 23 febbraio 1946 e, specialmente Donne alle urne, in “La Voce di Biella”, 2 marzo 1946, in cui si esaltano le doti femminili nell’amministrazione dell’economia familiare, doti da trasferire sul piano pubblico, stabilendo un rapporto positivo tra economia e gestione pubblica ed economia e gestione familiare.

[18] Le citazioni sono tratte principalmente dall’articolo Emancipando le donne si rafforzerà la democrazia italiana, in “Vita Nuova”, 8 marzo 1946, in occasione della celebrazione della festa della donna.

[19] Alcune testimonianze di comunisti sottolineano lo scarto tra la combattività delle donne sul posto di lavoro e la disponibilità ad un attività politica continuativa. Testimonianza di Anello Poma che fu responsabile della camera del lavoro di Biella negli anni cinquanta.

[20] Cfr. Luigi Moranino, Le donne socialiste nel Biellese. 1900-1918, Istituto per la storia della Resistenza in provincia di Vercelli, Borgosesia, 1984; per l’apporto delle donne alla Resistenza cfr. Gladys Motta, Le donne operaie biellesi nella lotta di liberazione, Borgosesia, Isrpv, 1982. Sull’impegno politico delle
donne nel dopoguerra cfr. Miriam Mafai, L’apprendistato della politica. Le donne italiane nel dopoguerra, Roma, Ed. Riuniti, 1979.

[21] Cfr. Katia, Le donne e il voto, in “Corriere Biellese” , 7 febbraio 1946, e Etta, Perché la donna deve votare, in “Corriere Biellese”, 28 marzo 1946.

[22] Parola alle donne, in “Corriere Biellese”, organo del partito socialista biellese, 26 gennaio 1946.

[23] Katia, La politica e le donne, in “Corriere Biellese”, 31 gennaio 1946.

[24] Testimonianza di Elvo Tempia, Anello Poma, Adriano Massazza raccolte dall’A.

[25] Devo queste ultime informazioni alla cortesia dell’amico Marco Neiretti che qui ringrazio.

[26] Vittoria Dc a Biella, in “Il Biellese”, 5 aprile 1946.

[27] Il Biellese è rimasto fedele al suo passato, in “Corriere Biellese”, 4 aprile 1946.

[28] L’affermazione democristiana corrisponde alla reale influenza del partito?, in “Vita Nuova”, 5 aprile 1946.

[29] Per i voti di preferenza raccolti dai singoli candidati si rinvia a “Eco dell’Industria”, 6 aprile 1946. Ricordiamo soltanto che per la Dc il secondo eletto in ordine di preferenza raccolse 913 voti rispetto ai 3.212 di Pella, per il Psiup a fronte di 3.442 voti di Luisetti, il secondo eletto ne contò 548. Più distribuite le preferenze per il Pci.

[30] Di grande interesse sarebbe la ricostruzione della vicenda politica di Giuseppe Pella.

[31] La giunta risultò così composta: Virgilio Luisetti, socialista, sindaco; Pietro Sidro, democristiano, assessore anziano; assessori effettivi: Francesco Caneparo, democristiano; Pasquale Finotto, comunista; Mario Coda, comunista; Renzo Lanza, socialista; Odetto Ramella Germanin, socialista; assessori supplenti: Anello
Poma, comunista; Antonio Perona, democristiano. Più tardi entrò a far parte della giunta anche Alba Spina, comunista.

[32] Cfr. G. Furia – L. Spina – A. Togna, op. cit., p. 31.

[33] Cfr. “Corriere Biellese”, in diversi numeri del mese di maggio 1946.

[34] Il riferimento è ai comuni della Valsessera. Su questo terreno, l’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione ha avviato un progetto di ricerca a cui anche l’Istituto per la storia della Resistenza in provincia di Vercelli parteciperà.

[35] Cfr. ad esempio Vita di partito, in “Vita Nuova”, 24 maggio 1946 e Comizi vari di propaganda elettorale in “Corriere Biellese”, 16 maggio 1946. Dallo spoglio dei giornali è possibile ricostruire una maggiore attestanza precisa dell’attività di propaganda dei partiti della sinistra.

[36] Testimonianze di Adriano Massazza, Anello Poma, Elvo Tempia e di Dante Strona (Dumas), allora esponente sindacale e attivista del Psiup.

[37] Alessandro Cantono, Propaganda lacunosa, in “Il Biellese”, 24 aprile 1946.

[38] Vedi diversi articoli de “Il Biellese”, del maggio 1946.

[39] Per la Repubblica Per il socialismo, in “Corriere Biellese”, 6 giugno 1946. Il riferimento nel testo è al congresso tenuto dalla Dc in cui un referendum tra i congressisti aveva visto prevalere nettamente la preferenza per la Repubblica. Ma De Gasperi aveva preferito non tener conto dell’indicazione interna, insistendo sul voto secondo coscienza.

[40] Rassegna di forze socialiste al congresso della Federazione Biellese, in “Corriere Biellese”, 11 luglio 1946.

[41] Si trattava di Virgilio Luisetti ed Ernesto Carpano per il Psiup, di Francesco Moranino per il Pci, di Giuseppe Pella per la Dc. Intendiamo qui per biellesi i deputati attivi politicamente nel Biellese, e non quelli di origine biellese.

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