Dalla storia alla memoria

Marta Nicolo

intervento al convegno  “Resistenza Resistenze”, organizzato a Vercelli nell’occasione delle celebrazioni per il 70o anniversario della Liberazione

articolo pubblicato ne “l’impegno”, a. XXXV, n. s., n. 1, giugno 2015

 

Molti storici della mia età sono stati profondamente segnati dalla Resistenza, studiata e analizzata per l’unicità del momento storico che ha rappresentato. Ma vi è un’altra unicità per gli storici della mia generazione: quella del dovere della memoria che la Resistenza ci consegna.

La nostra è la generazione dei figli e dei nipoti dei protagonisti e se loro hanno costruito la storia, a noi resta la responsabilità, non meno onerosa, di costruire la memoria.

Qualcuno ha asserito che la storia è una necessità sociale, nel senso cioè che non esiste società che possa progredire senza una conoscenza del proprio passato. Non esiste una comunità in grado di autoidentificarsi se rinuncia alla propria memoria, se non possiede e conserva nel suo seno l’attività volta all’esercizio della propria storia. Ecco, è questa oggi la nostra responsabilità di storici. È questo il testimone della memoria che la storia della Resistenza ci lascia.

Esiste una stagione di studi che è in divenire e che si interroga intorno ad alcune difficoltà: in particolare, per un verso, si pone la necessità di definire categorie e di individuare strumenti di comunicazione nuovi; dall’altro si è collocati in una fase storica e politica in cui è urgente rioccupare gli spazi di una religione civile da trasmettere alle nuove generazioni. Spazi abbandonati da più di vent’anni in cui si è assistito immobili al logorio della memoria dei valori della Resistenza e a un’affermarsi di disvalori.

A settant’anni dalla Resistenza si intraprende quindi un nuovo percorso di analisi a cui l’Istituto per la storia della Resistenza di Varallo sta cercando di contribuire partendo dalla partecipazione delle donne alla lotta di liberazione.

La domanda a cui vorrei tentare di rispondere è appunto: perché è così importante parlare di Resistenza femminile? Domanda che può sembrare banale, ma non lo è se non la si affronta solo da un punto di vista storiografico.

Si può innanzitutto intendere come un invito alla comparazione inserito nel concetto di Resistenza al plurale. Ma c’è anche un altro modo di interpretarla: come un invito a scomporre un quadro straordinario di episodi, fatto di esperienze personali che danno il senso di un’unica grande storia. All’interno di questo quadro variegato vi è anche l’esperienza delle donne. E, in ultimo, ed è quello su cui mi soffermerò, un invito alla complessità.

Sicuramente per anni la storiografia ufficiale ha sottovalutato l’esperienza femminile relegandola al ruolo debole e quindi non fondante del “contributo”. Su tale invisibilità ha pesato anche l’impostazione storiografica che per anni ha individuato come unica vera Resistenza quella armata e, di conseguenza, un solo soggetto legittimato alla fondazione dello stato repubblicano, il “maschio in armi”.

Una simile lettura della storia cancella tutte le forme di opposizione alla guerra e al fascismo che furono condotte senza armi e di cui le donne furono spesso protagoniste. Le donne nella guerra di liberazione furono attrici della «salvaguardia di un pezzo di realtà»  per usare un’espressione di Anna Bravo. Non solo, ma oggi possiamo affermare che senza di loro non ci sarebbe stata la Resistenza e che «le donne furono la Resistenza dei resistenti», come disse Ferruccio Parri, poiché senza il loro apporto sarebbe venuta meno l’organizzazione clandestina e senza le “staffette” la sopravvivenza dei partigiani sarebbe stata più difficile. Senza Resistenza femminile non ci sarebbe stata una solidarietà sociale così diffusa e pronta a stringersi attorno ai bisogni dei tanti che dalla guerra erano stati messi in situazioni di estremo disagio. Tale solidarietà sociale è stata il motore della Resistenza civile, in merito alla quale voglio ricordare due contributi fondamentali: quello dello studioso francese Jacques Sémelin, “Senza armi contro Hitler” (1989), tradotto in italiano da un piccolo editore (Sonda), che, pur non parlando del caso italiano, è stato il primo a introdurre il concetto di Resistenza civile e ad affrontare il tema del ruolo della violenza all’interno della guerra di liberazione, e poi il testo imprescindibile da cui ripartire, “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza”, il libro che Claudio Pavone pubblicò nel 1991. Questo filone di ricerca si è incontrato con quello di storia delle donne, che vede in Anna Bravo la studiosa di riferimento. Ricerche come quelle condotte da lei, Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina hanno mostrato la compresenza di elementi di Resistenza armata e Resistenza civile nella Resistenza femminile, che ne caratterizzano l’unicità. Nella Resistenza civile si rintraccia una visibilità delle donne difficile da confondere con la categoria del semplice contributo, e non solo: senza la loro esperienza fondamentale non si potrebbe affrontare e cogliere lo spessore della Resistenza civile.

E c’è poi una altro elemento della Resistenza femminile il cui studio è fondamentale per comprendere la complessità della guerra di liberazione: l’aspetto della scelta.

L’esperienza della Resistenza è un misto di molte cose, in cui spesso si combatte una guerra contro se stessi, oltre che contro gli altri italiani o “al tedesco”. Come ha sottolineato Vittorio Foa: «L’obiettivo della ricostruzione di un’identità nazionale perduta conferma la tesi della Resistenza come guerra civile. L’identità italiana non era stata negata solo dall’esterno, era stata avvilita e negata all’interno, dal fascismo. Noi dovevamo combattere il fascismo tra di noi, fra italiani e, poi anche, dentro di noi».

Anche in questo caso lo studio dell’esperienza femminile diventa indispensabile. Diversamente dalla maggior parte degli uomini, ai quali per ragioni di obbligo militare si imponeva una scelta di campo, la scelta partigiana fu per le donne una scelta volontaria, libera da costrizioni esterne. Essa fu dettata da due ordini di motivazione diverse, ora coesistenti ora alternative: motivazioni affettive, umane, di cura e protezione, il cosiddetto matérnage, e motivazioni di carattere ideale, di opposizione al regime fascista e di resistenza all’occupazione militare nazista, che spinsero per la prima volta le donne a un impegno civile analogo a quello degli uomini.

Quindi, per tornare alla domanda di partenza: perché è così importante parlare di Resistenza femminile? Perché l’Istituto ha deciso di partire dalle donne? L’obiettivo non è tanto quello di riempire i vuoti della storiografia tradizionale dando risalto al loro ruolo; non si tratta di un tentativo di risarcire le donne, restituendo loro visibilità e identità, ma si tratta di analizzare una componente fondamentale, un tassello fondante utile alla comprensione dell’unicità della storia della Resistenza.

Il motore del nostro progetto è l’intendere la Resistenza non come un corpo astratto, ma come un brulichio di individui che agiscono, scelgono, hanno sentimenti, provano smarrimenti, vivono drammi e come un’esperienza in cui si ripetono molte volte i percorsi della scelta e dell’autoanalisi, in cui si ridà il senso della complessità della Resistenza e in cui si toccano canali inusuali ma utili per la sperimentazione di nuovi modelli comunicativi di cui si sente l’urgenza.

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